I. Il DNA dei Savoia
La nascita di una delle dinastie più longeve d'Europa si perde nelle leggende legate alle origini di Umberto Biancamano, ma conserva il suo sfondo storico in un Medioevo che, dopo aver superato lo sgomento del passaggio dell'anno Mille, si apre agli sviluppi della modernità. In questo contesto Umberto Biancamano si trova a gestire un territorio montano da cui non può sperare di trarre né le ricchezze della buona e grassa terra di Francia, né quelle della pianura costruita a viva forza dalle acque del Po. Capisce tuttavia che, essendo situato da una parte e dall'altra della catena alpina, può esercitare il controllo dei passi e l'esclusività delle vie di accesso verso l'uno e l'altro versante, sia che si tratti di convogliarvi le carovane commerciali, sia di rendere possibile o impossibile il passaggio di truppe al servizio di questo o quel signore.
A tale intuizione si aggiunge, poi, un elemento fortunoso come la bella Adelaide, erede dell'ultimo degli Arduinici, la quale, nell'ambito delle guerre di successione della Borgogna e con la benedizione del re tedesco Corrado II il Salico, viene concessa in moglie proprio al figlio di Biancamano, Oddone, portandogli in dote estesi territori dal nord Piemonte fino alla Liguria. Gli incroci matrimoniali, dunque, come ingredienti fondamentali per lo sviluppo del DNA sabaudo insieme alla passione militare e ad una progressiva capacità di affinamento delle tecniche di governo. Un primo periodo di costruzione dei fondamenti che dura un secolo circa, durante il quale si insegue l'obiettivo dichiarato di uno «Stato di passo, signore delle vie di comunicazione». Tra la metà del 1100 e la metà del 1300, invece, la dinastia dei Savoia conosce una lunga fase di transizione, tentando di sopravvivere alle continue turbolenze istituzionali tipiche del basso Medioevo, ergendo fortezze e castelli (Moncalieri, Rivalta, Pinerolo, Bricherasio, Rivoli, Pianezza, ecc.) ed eleggendo Chambéry a luogo di residenza preferito.
II. Tra crisi profonde e rinascite improvvise, sorge il ducato di Savoia
Fin dalla sua nascita, la dinastia sabauda è solita seguire una storia evolutiva sinusoidale con improvvisi e trionfali successi alternati a tracolli in apparenza definitivi, ma anche con grandi personalità intrecciate a figure minori e modeste. Così accade, ad esempio, nell'era dei tre Amedei. Il primo, Amedeo VI, detto il Conte verde dal colore degli abiti che indossa con vezzo premoderno, segna la riscossa. Sistema, infatti, i confini occidentali in Francia, allarga la sua sfera di influenza in Italia contro i Visconti, conquista Cuneo aprendosi la via al mare verso Nizza, travolge il casato cadetto degli Acaja di Fossano e fissa la sua capitale a Chambéry. Il figlio Amedeo VII, pur morendo a soli 28 anni forse per una congiura, riesce comunque a proseguire il disegno del padre conquistando Nizza e la sua apertura marittima. Amedeo VIII, infine, gracile e malfermo di salute e per questo considerato del tutto inadeguato al ruolo, si rivela invece una delle più grandi figure del pantheon savoiardo. Ottenuto il riconoscimento ducale, infatti, incamera tutti i domini piemontesi degli Acaja, rende il castello di Fossano un qualcosa a metà tra il castrum e il palatium, dà lustro a Fossano e a Savigliano ergendole a forti baluardi antifrancesi.
Nel momento di massima espansione ducale, però, ecco tornare l'andamento sinusoidale dei Savoia di cui si è detto: Amedeo VIII lascia le incombenze governative al figlio e si ritira a Ripaille per seguire una presunta vocazione religiosa. Inizia così un periodo complicato che fa raggiungere ai Savoia i livelli più bassi di sempre, acuiti senza dubbio dai grandi mutamenti in atto sul panorama internazionale, con le prime spinte costitutive delle grandi nazioni moderne (Spagna, Inghilterra e Francia). Il ducato viene quindi privato di territori e possessi al di là e al di qua delle Alpi e mentre a Roma, Firenze, Venezia, Mantova o Milano inizia a sfolgorare la grande stagione del Rinascimento, Torino manca clamorosamente all'appello. Tutto sembra avvolto da una atmosfera di precarietà, con castelli inadeguati scevri di opere artistiche di pregio e con tappezzerie posticce al posto degli affreschi. L'unico vero acquisto è rappresentato dalla Sindone che ogni anno viene esposta a Chambéry, ma quando c'è la necessità di ospitare personaggi potenti e illustri, si ricorre alle dimore di altri come il castello di Lagnasco dei Tapparelli.
III. Con le armi, la testa, la costanza e la fortuna: la nascita del Regno
L'ormai consueta e altalenante evoluzione della dinastia sabauda conosce, alla metà del Cinquecento, una nuova e prestigiosa ascesa sociale, economica e militare per merito di Emanuele Filiberto, classe 1528, l'unico sopravvissuto dei sei figli di Carlo II. Iniziato fin da giovanissimo alla carriera politica e militare, nel 1543 entra al servizio dello zio Carlo V che stravede per lui, per i suoi modi mai affettati, per la sua disponibilità, per l'ammirazione e la devozione disinteressata che legge nei suoi comportamenti. Il giovane Emanuele diventa dapprima comandante della guardia imperiale e della cavalleria fiamminga, quindi comandante supremo dell'esercito imperiale ad appena 25 anni e, sotto Filippo II nuovo re di Spagna, comandante dell'esercito e governatore dei Paesi Bassi. Dopo la pace di Cateau Cambrésis sposa Margherita di Valois, figlia del re di Francia Francesco I, e ricolloca il ducato di Savoia sullo scacchiere europeo, ergendolo di fatto a stato cuscinetto che divide sugli opposti versanti delle Alpi i Francesi che premono dalla Provenza e gli spagnoli insediati a Milano.
Consapevole che sul lungo periodo non si potranno contendere territori d'oltralpe a una potenza come la Francia, Emanuele conserva la Bresse e la Savoia con lo stretto sbocco al mare nizzardo, trasferisce a Torino la capitale e fa del versante italiano delle Alpi il centro del suo interesse espansivo. A Torino arrivano allora artisti e scienziati, si riorganizzano amministrazione (centralizzata) ed esercito (con soldati locali e quindi più motivati) e la città rifiorisce, orgogliosa del suo nuovo ruolo. Nell'agosto del 1580 sale al trono Carlo Emanuele I che, pur se animato da una grande ambizione e da un profondo rispetto verso il padre, non riesce ad eguagliare Emanuele Filiberto in termini politici e diplomatici. Con la sua irruenza, infatti, incrina i rapporti tra Francia e Spagna, ma riesce comunque a promuovere Savigliano a capoluogo di Provincia e a realizzare il Santuario di Vicoforte con la cupola ogivale più grande al mondo. Gli succede il figlio Vittorio Amedeo I, acerbo e impreparato per le grandi vicende politiche internazionali, succube della Francia sia politicamente dopo il trattato di Cherasco del 1631, sia sentimentalmente sposando Cristina, figlia di Enrico IV e di Maria de Medici. La stessa Cristina, rimasta vedova giovanissima e divenuta «Madama reale» per via della reggenza temporanea esercitata in nome dei figli ancora troppo piccoli, si avvicina ulteriormente alla Francia dando così vita ad una guerra civile interna tra «madamisti» e «principisti», risoltasi con la prevalenza dei primi.
Il Seicento si chiude, allora, con il breve regno di Carlo Emanuele II, la conquista definitiva del marchesato di Saluzzo comprensiva del gioiello architettonico dell'antico castello de La Manta e il mantenimento della Morienne e di Nizza. Mentre le fortune di altri casati italiani declinano, i Savoia riescono comunque a consolidare l'immagine di un ducato guerriero mai domo, che le potenze europee devono vigilare nelle sue ambizioni espansive e con il quale, per le infinite relazioni amicali e dinastiche, i conti non sono mai definitivamente chiusi.
IV. Finalmente re!
Il Settecento vede la dinastia Savoia trasformarsi finalmente in un regno per opera di Vittorio Amedeo II, considerato il più indecifrabile, solitario e singolare dei suoi duchi. Impenetrabile nei sentimenti e nei pensieri, Vittorio Amedeo vive dapprima all'ombra della Francia, per poi allearsi con il cugino Eugenio, influente generale della corte di Vienna e protagonista della Lega di Augusta. Con la pace di Ryswick del 1697, Vittorio Amedeo ottiene quindi l'evacuazione della Francia dai territori italiani e, poco dopo, prova a ripetere lo schema doppiogiochista durante la guerra di successione spagnola, dialogando prima con i franco-spagnoli e alleandosi, poi, con gli Asburgo. In risposta all'oltraggio, nel 1706 la Francia assedia Torino, ma ancora una volta il principe Eugenio, comandante asburgico, libera la città dai francesi e li costringe ad una fuga rovinosa. Con la pace di Utrecht del 1713, infine, i Savoia entrano nel novero delle famiglie reali europee e ottengono in esclusiva l'intero Piemonte e il regno di Sicilia, che dovranno poi scambiare con la Sardegna.
Se con Carlo Emanuele III il regno si assesta in termini geografici (anche grazie alla mitica battaglia dell'Assietta con la quale i Savoia ricacciano i francesi), si arricchisce artisticamente con importanti riqualificazioni urbanistiche come quella di Bra con l'architetto Vittone e si consolida come un assoluto protagonista dell'intero scacchiere politico europeo, con il figlio Vittorio Amedeo III si schiaccia su sé stesso e implode, soffocando ogni tentativo di riforma illuminista. Sconfitto dai francesi prima e umiliato da Napoleone poi, Vittorio Amedeo muore da lì a poco e lascia il trono al figlio debole ed epilettico Carlo Emanuele IV che si rifugia in Sardegna e perde Torino e l'intero Piemonte. I Savoia ritornano in piazza Castello solo nel 1814 con Vittorio Emanuele I, che di fronte ai moti rivoluzionari del 1821 con protagonista, tra gli altri, il saviglianese Santorre di Santarosa, abdica in favore di Carlo Felice, che a sua volta allontana il principe Carlo Alberto, reprime ogni moto rivoluzionario e, se non altro, ricostruisce la città di Alba dando fiducia all'urbanista Giorgio Busca.
Alla morte di Carlo Felice, privo di eredi diretti, sale al trono proprio il nipote emarginato Carlo Alberto, intrepido protagonista del Risorgimento italiano. Primo re discendente da un ramo laterale, i Savoia-Carignano, Carlo Alberto vive anni difficili, sempre sognando di rientrare nella sua dimora preferita di Racconigi, per la quale affida all'architetto Pelagio Palagi il riallestimento degli interni (tra cui il fascinoso Gabinetto Etrusco) e ai margini della quale realizza alcuni edifici di servizio in stile neogotico come le Serre e la Margaria. Conosciuto e celebrato per la concessione dell'omonimo Statuto del 1848, Carlo Alberto incappa nella sconfitta di Novara nel 1849 contro le truppe austriache guidate dal generale Josef Radetzky e abdica immediatamente a favore del figlio, Vittorio Emanuele II.
V. I re d'Italia
Tra il 1849 e il 1861 le terre del basso Piemonte continuano a intrecciare il loro destino con la dinastia, non fosse altro per la lunga dimora a Grinzane del giovane Cavour e per l'apporto ministeriale del saviglianese Pietro Santarosa, cugino di Santorre e tra i più grandi amici e collaboratori dello stesso Cavour. Con l'unità d'Italia e il conseguente trasferimento della capitale prima a Firenze e poi a Roma, le gesta della dinastia sabauda ampliano il proprio raggio di azione e sfuggono ai confini piemontesi. L'unico punto fermo che rimane in loco a raccontare l'evoluzione pubblica e privata dei Savoia, è il castello di Racconigi, dove continuano a passarvi i re e le regine e dove i principi e i principini accumulano i ricordi indelebili dell'infanzia.
Il primo re d'Italia, nonché il più benvoluto di sempre dagli italiani, Vittorio Emanuele II, incontra proprio qui la sua prima moglie Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena che gli darà tra gli altri il principe ereditario Umberto I. Dopo un periodo di frequenze meno assidue e quando già si teme il declino, Vittorio Emanuele III attraverso un decreto del 1900 rende il castello di Racconigi la sede ufficiale delle «reali villeggiature» e procede a rimodernarlo portandovi energia elettrica, impianti idrici e persino una rara meraviglia del tempo: l'ascensore. Memore delle ore felici qui trascorse da bambino, dedica inoltre un adeguato spazio a quelli che vorrà chiamare gli appartamenti dei principini. Sempre a Racconigi, ancora, nasce Umberto II, ultimo re d'Italia, e gli stessi locali accolgono nel 1909 lo zar di Russia Nicola II.
Sempre il castello di Racconigi, infine, nel 1925 fa da palcoscenico alle nozze della sfortunata principessa Mafalda, morta a Buchenwald per mano nazista, e a quelle di Maria José con il principe Umberto, ultimo proprietario regio della dimora, nel 1930. Un luogo del cuore, dunque, che rimane, si riammoderna e si fa sempre più accogliente. Un luogo in cui la dinastia riconosce le sue antiche origini e le contemporanee predilezioni. Dalle sue stanze e dai suoi corridoi, regine, principi e principini sono spesso partiti per le terme di Valdieri e per altri luoghi e residenze della provincia sabauda. La quale, considerando sempre i sovrani d'Italia suoi primi cittadini e conterranei, si è poi espressa, nel fatidico referendum del 1946, per il mantenimento dell'istituzione cui aveva dato tanto, acquisendone un insieme di valori, di comportamenti e di costumi non equiparabili con nessun'altra parte d'Italia.